Vivere in colonia per gli italiani era come vivere in una provincia media italiana. I beni di consumo tipici italiani di importazione erano molto costosi, ma venivano anche prodotti localmente con costi accessibili a tutti. Nelle principali città del Paese, come Asmara e Massawa si poteva trovare di tutto: orefici, artigiani, meccanici, commercianti ecc. Ad Asmara, inoltre, c’era un teatro, tre cinema ed un Circolo Ufficiali con sale da gioco e da ballo. Molta gente, quindi, che in Italia non poteva accedere ad una vita così mondana, qui poteva finalmente godersela. Si potevano trovare alberghi e ristoranti ovunque, come anche biblioteche, musei, cinema, circoli e associazioni.
Asmara, divenuta capitale dell’Eritrea nel 1897, acquisì un aspetto tipicamente italiano negli anni ’30 e ’40. Tutt’ora è possibile ammirare le sue architetture in stile “Art Deco” e tipicamente fasciste, come ad esempio il cinema “Impero”, la ex-sede della Fiat “Fiat Tagliero” e la neo-romanica cattedrale di Asmara. È considerata dall’ONU “world heritage center” (centro del patrimonio mondiale). Secondo un censimento del 1939, ad Asmara vivevano 53.000 italiani; ciò la rendeva la principale città italiana nell’Africa Orientale Italiana e le meritò l’appellativo di “Piccola Roma”.
Negli anni precedenti l’avvento de fascismo, alcune occupazioni e strutture erano destinate solamente agli europei, ma durante il periodo fascista questa politica di segregazione si irrigidì ancora di più, fino ad arrivare ad una vera e propria Apartheid in occasione del varo delle famigerate leggi razziali. Agli eritrei venne vietato di accedere a quartieri residenziali, bar e ristoranti riservati alla popolazione bianca. Addirittura gli eritrei non potevano comprare nessun tipo di vestiti o scarpe occidentali. Nel 1933 l’Italia annunciò le “Legge Organica per l’Eritrea e la Somalia Italiana”. Questa legge autorizzava discriminazioni basate sulle caratteristiche fisiche e fu presto seguita da altri decreti. Come scrisse un contemporaneo italiano, questi decreti fecero differenziare le politiche coloniali italiane da quelle di altre potenze a causa dell’accentuato razzismo, che non riguardava la razza Ariana e la sua presunta superiorità. L’Italia cercava solo di combattere i matrimoni tra italiani e indigeni e l’unione di sangue nero e bianco. Ciò sembra esser stato un punto cruciale di tutta la faccenda. Come per le scuole, infatti, gli eritrei vennero sempre separati dagli europei. Tuttavia c’era un gruppo della popolazione in rapida crescita, difficile da inserire nel sistema: i meticci. Nei primi anni del ‘900, infatti, erano presenti nella colonia circa 2700 uomini bianchi non sposati, mentre solamente 450 donne bianche non sposate. Ovviamente questo squilibrio causò unioni tra uomini bianchi e donne eritree. Queste relazioni erano, di solito, temporanee, ma ci furono casi di convivenza e matrimoni, anche se poco tollerati dalle autorità coloniali. Il risultato fu un crescente numero di meticci. Quelli riconosciuti dal padre italiano ricevevano automaticamente la cittadinanza italiana con tutti i suoi privilegi. Nel 1937, invece, le leggi organiche fasciste cambiarono la situazione escludendo tutti, tranne coloro nati da famiglie ben consolidate, dall’ottenere questi privilegi. Inoltre, venne dichiarato un crimine la convivenza tra bianchi e indigeni. Un’ulteriore restrizione avvenne nel 1940, quando i meticci vennero dichiarati “nativi”. Di conseguenza persero ogni privilegio di cittadini italiani, cacciati dalle scuole per gli italiani e privati del nome italiano.
Il regime fascista riuscì a privare i meticci dei loro privilegi, ma non riuscì a impedire le relazioni tra uomini italiani e donne eritree, poiché verso gli anni ’30 solo ad Asmara si contavano 57.000 uomini italiani e praticamente nessuna donna bianca. A causa di questo squilibrio, le leggi razziali non vennero quasi mai rispettate e aumentarono la prostituzione e i figli illegittimi.

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